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RIFORME SI, MA NON DETTATE DAL POPULISMO

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Pubblicato da in Articoli Federico De Carolis ·
Tags: nazionaletavecchio
Via Tavecchio, l’eliminazione dai mondiali ha fatto scendere in campo 50 milioni di CT

RIFORME SI, MA NON DETTATE DAL POPULISMO

Germania e Spagna, vincitori degli ultimi mondiali, hanno gli stranieri con ingaggi favolosi perché è dagli assi che arrivano i soldi delle TV e degli stadi.  Quello che bisogna evitare è che si importino ragazzini da impiegare nelle giovanili e che tolgono il posto ai nostri giovani – Riforme sì, ma con grande attenzione all’Europa e alle sue leggi.


di Federico De Carolis
La politica entra a corpo morto nell’eliminazione dell’Italia e promette un rinnovamento capace, almeno a nostro giudizio di creare maggior caos di quello esistente. Salvini dice “troppi stranieri”, il Ministro dello sport mette il dito su una rifondazione totale che arrivi fino alla serie A.  A ciascuno il suo e nessuno che conosca regole non solo italiane, ma europee del calcio. Proviamo a fare chiarezza per i nostri lettori, pochi ma buoni.
All’indomani di una sconfitta si sentono tutti maestri,super tecnici e super critici. La defenestrazione di Carlo Tavecchio è l’ultima riprova della gestione del calcio in Italia. E’ dal 2006 che non vinciamo e accumuliamo figuracce. Abbiamo toccato il fondo con l’eliminazione da parte della Svezia, ma prima non stavamo sicuramente meglio. Essere stati eliminati è sicuramente una vergogna, ma nessuno che si sia chiesto: dopo Del Piero e Totti su quali fuoriclasse ha potuto contare l’Italia? Antonio Conte era riuscito a spremere tutto da una Nazionale mediocre venendo escluso ai rigori quelli calciati in maniera ridicola dai nostri. Se adesso, Tavecchio deve essere fatto fuori  il che magari è anche giusto è avvenuto, c’è da chiedersi: ma gli altri sport italiani funzionano a meraviglia in tutte le discipline o stiamo accusando una specie di logoramento che significa dover attendere un ricambio generazionale e sperare che arrivino nuovi campioni.? E un fuoriclasse nasce perché ha un tecnico che gli insegna a calciare la palla o a dirigerla dove voglia? Carletto Mazzone sovente soleva dire che a Totti non poteva insegnare niente se non intervenire sulla sua posizione in campo e cercare di risparmiarlo il più possibile pensando di farlo durare a lungo. Lo stesso discorso è valso per Del Piero. Nessuno ha potuto fare altro per loro se non  scegliendo un ruolo e un posto utili alle squadre in cui hanno giocato. Adesso che sono andati via Tavecchio e Ventura, una eliminazione presuppone anche che qualcuno paghi, siamo sicuri che ai prossimi europei torneremo a essere tra i migliori? Se non viene fuori un fuoriclasse vero che prenda in mano la Nazionale,molto probabilmente andremo avanti nella mediocrità. Bearzot preparò il successo dell’82 nel 1978 quando giocammo in Argentina e ci guadagnammo un quarto posto, pur avendo meritato qualcosina in più.

SETTORE GIOVANILE – Non ci sono più “ricchi scemi” come diceva l’allora Presidente del Coni Onesti a presiedere le società calcistiche, ma ricchi che più o meno, le eccezioni sono da tutte le parti, cercano di adeguarsi ai tempi. Pochi sono i Presidenti che non danno uno sguardo al proprio settore giovanile, ma quando si tratta di spendere qualcosa non è che siano generosi. Non solo. Ai ragazzini, quelli che hanno appena 8 o 10 anni, viene insegnata subita la tattica. La cura dovrebbe essere riservata semplicemente all’impostazione personale: come si stoppa un pallone, come si salta e si tira correttamente un colpo di testa e via di seguito lasciando per il resto che ciascuno si esprima secondo il proprio talento, se ne ha. Mio nipote Sergio, che ha molti numeri, spesso è bloccato dal divieto di dribblare gli avversari. A quell’età, 8 anni, se un bambino non è libero di fare ciò che maggiormente gli aggrada, può disamorarsi del calcio o diventare un piccolo robot senza fantasia che si trascina dietro per tutto il resto della vita di calciatore. Nel calcio non è importante partecipare, ma vincere e questo lo sanno tutti. Cercare di vincere o farsene una malattia e dire ai piccoli protagonisti che sono buoni a nulla è altamente deleterio e nocivo. La prima riforma dovrebbe riguardare proprio i preparatori consigliando loro di arrivare per gradi a determinati insegnamenti. Pensate a un Rivera o a un Baggio, a un Del Piero o a un Totti, cui da bambini fosse stato detto passa la palla e non dribblare. Forse non sarebbero mai diventati quelli che  sono stati. Il primo intervento che dovrebbe partire da Coverciano quindi, dovrebbe riguardare per prima gli istruttori che solitamente hanno praticato pochissimo il calcio e cercano la loro rivincita sperando che dopo il settore giovanile, si aprano per loro le porte di un grande club. Il calcio a livello giovanile non ha bisogno di sognatori, ma di gente che sappia insegnare l’abc del pallone. E’ successiva la fase della tattica e del ruolo insieme a quello del comportamento.

STRANIERI –Di quelli che popolano l’universo calcistico diremo in seguito, adesso giova mettere in evidenza quello che molte società fanno proprio nei settori giovanili. Importano ragazzi di tutti i continenti per immetterli nelle loro giovanili. Alla fine su dieci o quindici ne vengono fuori uno o due otre che giocheranno in A o in B il che ripagherà la società delle spese. Ma questa è una delle prime piaghe del nostro calcio da eliminare: divieto di utilizzo dei giovani stranieri, a meno che non siano in Italia,  nelle società. Si creerebbero maggiori posti per i giovani italiani e maggiori possibilità di avere calciatori di ottimo livello. Per il fuoriclasse che l’Italia non ha adesso, ma che ha avuto fino al 2006 quando abbiamo vinto l’ultimo mondiale, non c’è nulla da fare. O c’è e vien fuori da solo o non c’è e bisogna solo aspettare. Questo è il primo grave problema da affrontare perché ci sia un futuro sicuramente migliore a tutti i livelli. E non è assolutamente vero che la presenza di stranieri limiti l’utilizzo e quindi, la loro affermazione. Chi è bravo non può temere la concorrenza, anzi la cerca per dimostrare le sue qualità superiori.

LE GRANDI SQUADRE – Secondo i nostri politici, con sfumature diverse a secondo della propria collocazione, le nostre big calcistiche non dovrebbero avere tanti stranieri, ma un numero limitato. Quando parlano sembrano non conoscere le leggi europee che non vogliono limiti in nessun caso. Così se uno svedese vuole giocare in Italia non gli si può assolutamente negare. Che fare allora? O rigettare la legge oppure utilizzare gli stranieri. Una volta si naturalizzavano e l’Italia nella sua storia calcistica che pochi conoscono ha vinto due mondiali proprio con gli oriundi che sempre stranieri erano.
La Germania ha fatto un largo utilizzo di giovani talenti, nati  nel suo suolo, tanto che molti di questi rappresentano punti fermi e imprescindibili della loro Nazionale campione del mondo.

RIFORME -  Possono e dovrebbero partire da questi concetti e non fermarsi con particolare attenzione ai soldi che i giocatori di spicco guadagnano. L’Italia, non vince più una Champions dai tempi di Mourinho e dell’Inter, ma non ci si è mai chiesto perché. Il tutto è stato offuscato dalle due finali perse dalla Juve. Meriti grandi di una squadra e di un tecnico che, alla resa dei conti, non si sono dimostrati all’altezza del Real, del Barcellona o del Monaco che cercano e comprano sempre il meglio pagandoli cifre che sembrano e sono sproporzionate. Ma per abbassare i prezzi degli ingaggi bisognerebbe rinunciare alla presenza del pubblico negli stadi e soprattutto alle pay tv che portano miliardi nelle casse societarie. Ma quei miliardi non sono dati per beneficenza ma per uno spettacolo di cui i primi attori sono proprio i giocatori che conoscono la loro importanza e vogliono di conseguenza essere pagati secondo il proprio valore. L’Italia proprio perché calcisticamente più povera dell’Inghilterra, della Spagna o della Germania, almeno per quel che riguarda i grandi club, non primeggia in Europa, mentre la Spagna e a Germania hanno vinto Champions e gli ultimi due mondiali.
A questo punto l’augurio è che ci siano si le riforme, ma che stiano al di fuori del populismo facile dei politici e che a mettere mano al nostro calcio siano tecnici preparati che conoscano bene le norme europee e soprattutto ciò che avviene nella grandi società a livello internazionale. Cavalcare il populismo non porta da nessuna parte, servirà solo a impoverire ulteriormente il nostro calcio.



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