Quando penso ad Ayrton Senna mi vengono in mente prima di tutto le domeniche. Non i numeri, non i tre mondiali, non le pole position. Mi ricordo il pranzo che finiva, la televisione accesa e quell’attesa particolare che c’era quando doveva iniziare un Gran Premio di Formula 1.
Allora era diverso. La gara non la recuperavi quando avevi tempo e non avevi il telefono in mano per controllare tutto quello che stava succedendo. A una certa ora cominciava il Gran Premio e io volevo essere davanti alla televisione. Era diventata un’abitudine, quasi un rito della domenica.
E io tifavo Ferrari.
Questo va detto subito, perché altrimenti il ricordo non sarebbe vero. Cercavo le rosse sullo schermo e speravo sempre che potessero stare davanti. Anche negli anni in cui era evidente che altre macchine fossero più forti, la Ferrari rimaneva la Ferrari. Si aspettava una buona partenza, un sorpasso, magari un problema di chi stava davanti. Bastava poco per convincersi che quella potesse essere la domenica giusta.
Poi però c’era Ayrton Senna.
Ed era impossibile non guardarlo.
Non serviva neppure leggere il nome sullo schermo. Quel casco giallo lo riconoscevi subito e finivi inevitabilmente per cercarlo durante la gara. Io continuavo a sperare nella Ferrari, ma Senna aveva qualcosa che attirava l’attenzione anche quando avresti voluto vederlo dietro.
Quando arrivava vicino a una Ferrari cominciava quella strana sensazione che forse tanti tifosi di quegli anni conoscono. Da una parte speravi che la rossa resistesse, dall’altra sapevi perfettamente chi c’era dietro. Guardavi i giri passare, vedevi il distacco diminuire e pensavi soltanto che sarebbe successo qualcosa.
Forse è proprio questo uno dei ricordi più belli che ho della Formula 1 di allora. Non avevo bisogno di conoscere ogni dato della macchina o tutte le strategie. Seguivo la corsa e mi lasciavo prendere da quello che vedevo. C’erano Prost, Mansell, Piquet, Berger, Alesi e tanti altri. E in mezzo a tutti loro c’era Senna, che in qualche modo sembrava sempre capace di rendere una gara più interessante.
Con Prost poi era diventata una storia dentro la storia. La loro rivalità fu enorme, soprattutto negli anni della McLaren, quando correvano insieme e sembrava quasi incredibile che due piloti così potessero stare nella stessa squadra. Poi Prost passò alla Ferrari e per chi tifava rosso la faccenda diventò ancora più particolare. Senna vinse i suoi tre titoli mondiali nel 1988, 1990 e 1991, ma quando ripenso a quel periodo non mi viene spontaneo pensare alle classifiche. Mi vengono in mente le macchine, le partenze, le inquadrature televisive, le battaglie in pista.
Anche la pioggia faceva parte del personaggio Senna. Negli anni avevi imparato che quando la pista diventava difficile lui poteva tirare fuori qualcosa di speciale. Monaco 1984 lo aveva fatto conoscere al mondo con quella Toleman lanciata sotto l’acqua, e l’anno dopo in Portogallo arrivò la sua prima vittoria in Formula 1, ancora sul bagnato.
Ma questi sono fatti che ho imparato a mettere in ordine soprattutto dopo. All’epoca non avevo bisogno di ricordarmi in quale anno fosse successo questo o quello. Mi bastava vedere quel casco e sapere che Senna era lì.
Un’altra gara che ancora oggi mi torna in mente è il Brasile del 1991. Senna non era mai riuscito a vincere il Gran Premio di casa e quella volta, mentre era davanti, cominciò ad avere problemi al cambio. Perse delle marce e arrivò al traguardo praticamente sfinito. Vinse comunque. Ricordo soprattutto quello che venne dopo, le urla via radio e la fatica evidente. Non sembrava più soltanto il campione che vedevi correre in televisione: sembrava un uomo che aveva dato tutto quello che aveva per arrivare fino in fondo.
Forse anche per questo Senna entrava nella testa delle persone in maniera diversa. Aveva un carattere difficile da ignorare, parlava della propria fede, sembrava vivere le corse in maniera quasi assoluta. Potevi preferire un altro pilota e potevi tifare un’altra macchina, come nel mio caso con la Ferrari, ma facevi comunque fatica a restargli indifferente.
Poi arrivò Imola
E quando ripenso a quel fine settimana mi rendo conto che già prima della domenica c’era qualcosa che non andava.
Il venerdì Rubens Barrichello ebbe un incidente spaventoso con la Jordan. La macchina finì violentemente contro le protezioni e Barrichello perse conoscenza. Per fortuna se la cavò, anche se rimase ferito e non prese parte al resto del weekend. Ricordo quelle immagini e ricordo il sollievo quando si capì che era vivo.
Il sabato, durante le qualifiche, successe molto peggio. Roland Ratzenberger, pilota austriaco della Simtek, uscì di pista ad alta velocità e morì in seguito all’incidente. Aveva 33 anni. Era da molti anni che un pilota non moriva durante un weekend di Formula 1 e quella notizia cambiò completamente l’atmosfera del Gran Premio.
La domenica però la gara si disputò.
E io, come sempre, ero davanti alla televisione.
Solo che quella volta non era esattamente come le altre. Il giorno prima era morto un pilota e credo che tutti, anche da casa, avessero addosso una sensazione diversa. Eppure quando le macchine si schierarono sulla griglia riprese quel meccanismo che conoscevo bene: guardare la Ferrari, vedere dove fosse Senna, aspettare la partenza.
Senna era in pole con la Williams. Dietro di lui c’era Schumacher, poi Berger con la Ferrari.
La gara cominciò subito male. Alla partenza la Benetton di JJ Lehto rimase ferma e Pedro Lamy la centrò violentemente. Entrò la safety car e per alcuni giri il gruppo rimase compatto. Quando la corsa riprese, per qualche minuto sembrò quasi possibile tornare a guardare un normale Gran Premio.
Poi arrivò il Tamburello.
Vidi la Williams di Senna andare dritta e colpire il muro. Il ricordo che ho di quei primi secondi non è quello di aver pensato immediatamente che fosse morto. Negli anni avevo visto tanti incidenti. Alcuni sembravano terribili e poi il pilota usciva dalla macchina. Per questo rimasi semplicemente ad aspettare.
Aspettavo che si muovesse.
Ed è una cosa che ricordo ancora chiaramente: a un certo punto mi sembrò di vedere la testa di Senna muoversi leggermente dentro l’abitacolo.
In quel momento pensai che fosse vivo.
Credo che molti di quelli che stavano guardando la televisione si aggrapparono a quell’immagine. Non sapevamo quale fosse la situazione reale, non sapevamo cosa stessero vedendo i medici. Da casa vedevi soltanto la macchina ferma, i soccorritori che arrivavano e quel pilota che non usciva dall’abitacolo.
Continuavi ad aspettare. Pensavi che magari da un momento all’altro avrebbe alzato una mano, che sarebbe arrivata una notizia rassicurante, che lo avrebbero portato via e qualche ora dopo avrebbero detto che era ferito ma fuori pericolo. Più passavano i minuti e più quella speranza diventava difficile da mantenere.
Ricordo l’elicottero, ricordo le immagini dei soccorsi e ricordo soprattutto quella sensazione strana di non riuscire più a seguire la gara. Il Gran Premio continuava, ma ormai per me non aveva più importanza.
Poi arrivò la notizia.
Ayrton Senna era morto.
Aveva 34 anni.
In due giorni la Formula 1 aveva perso Ratzenberger e Senna. E il venerdì Barrichello era scampato a un incidente che aveva già fatto paura a tutti. Quel weekend diventò uno spartiacque e contribuì ad accelerare profondamente il lavoro sulla sicurezza delle monoposto e dei circuiti.
Dopo quella domenica
Anche per chi guardava da casa qualcosa cambiò.
Io continuai a seguire la Formula 1 e continuai naturalmente a tifare Ferrari. Negli anni successivi sarebbero arrivate altre stagioni bellissime, altri piloti e poi l’epoca straordinaria di Schumacher in rosso.
Ma da Imola in poi un incidente non riuscivo più a guardarlo nello stesso modo. Prima vedevi una macchina uscire di pista e quasi d’istinto aspettavi il replay. Dopo quella domenica, almeno per me, la prima cosa era diventata un’altra: aspettare di vedere il pilota muoversi.
Eppure non voglio ricordare Senna soltanto per quel giorno.
Quando penso davvero a lui, Imola arriva alla fine. Prima vengono tutte quelle altre domeniche.
Mi ricordo la Ferrari che cercavo subito appena comparivano le immagini della pista. Mi ricordo la McLaren rossa e bianca. Mi ricordo Prost, Mansell e quelle gare in cui sembrava che potesse succedere qualcosa a ogni giro. Mi ricordo Monaco e quel casco giallo che riuscivi a riconoscere anche quando la macchina era piccolissima sul televisore.
Senna corse 161 Gran Premi, vinse 41 volte, conquistò 65 pole position e tre campionati del mondo. Sono numeri che spiegano quanto fosse forte, ma non spiegano fino in fondo perché ancora oggi se ne parli in questo modo.
Forse la spiegazione è molto più semplice. Per chi lo ha visto correre, Senna non è rimasto soltanto dentro la storia della Formula 1. È rimasto dentro un periodo della nostra vita.
Io lo associo a un salotto, a un televisore acceso e a quelle domeniche in cui aspettavo il Gran Premio. Tifavo Ferrari e speravo che vincesse la Ferrari, ma intanto tenevo sempre d’occhio quel casco giallo, perché sapevo che da qualche parte sarebbe successo qualcosa.
Sono passati più di trent’anni, eppure basta rivedere una di quelle immagini per ricordarmi perfettamente quella sensazione.
Forse è questo che fanno davvero certi campioni. Non ti ricordano soltanto quello che hanno vinto. Ti ricordano chi eri tu quando li guardavi.
Leo
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Per approfondire: Formula 1 – profilo di Ayrton Senna e Formula 1 – Imola 1994 e l’eredità sulla sicurezza.
Foto: Instituto Ayrton Senna / Karpouzi, via Wikimedia Commons — licenza CC BY 2.0.

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